venerdì 17 novembre 2017

Marco Tuma: “La vita semplice” [Dodicilune, 2017]



È il suono dell’armonica cromatica di Marco Tuma, per l'occasione all’esordio nelle vesti di leader, uno degli elementi distintivi del suo album “La vita semplice”, realizzato con musicisti che concorrono a formare uno scenario timbrico diversificato, nel quale confluiscono chitarra, violoncello, pianoforte, contrabbasso, voce recitante, batteria e inserti di soprano, flauti e glockenspiel. Perlopiù originali i dieci brani in scaletta rimandano ad atmosfere raccolte, nelle quali al centro degli sviluppi espressivi troviamo la cantabilità melodica dei temi, e la sensazione di melanconia tipica dell’area stilistica della musica brasiliana, omaggiata con cover di Antonio Carlos Jobim e Vinícius de Moraes (Eu sei que vou te amar) e Baden Powell (Samba em preludio).

Raw Frame: “Side Sight” [Naked Tapes 03, 2017]


Con il secondo album firmato dal trio Raw Frame, dopo il precedente “Krakovia” (dEN Records, 2012), continua la collaborazione tra il chitarrista Andrea Bolzoni e il batterista Daniele Frati, anche in questa uscita in compagnia di Salvatore Satta al basso. Si tratta di un trio dall’anima elettrica, che si produce attraverso brani originali dove si avvertono molte “tensioni espressive”, tra ritmi incalzanti, passaggi d’improvvisazione e situazioni prossime alle atmosfere del post rock, come quelle che si avvertono in Sunny Cloud. I primi piani espressivi sono a favore della chitarra elettrica di Bolzoni, il quale segna l’estetica d’insieme del trio con uno stile aggressivo, fatto di suoni che tracciano melodie cantabili, ma che all’occorrenza sanno disegnare anche scenari sinistri.

giovedì 16 novembre 2017

John De Leo: la Feltrinelli, Roma 3 novembre 2017



Intervistato lo scorso 3 novembre da Federico Guglielmi presso la Feltrinelli di Roma, John De Leo ha presentato il nuovo album realizzato in duo con il pianista Fabrizio Puglisi, e con ospite Gianluca Petrella al trombone in alcuni brani, dal titolo “Sento doppio” (Carosello Records, 2017). Si tratta di un lavoro di musica improvvisata, che dunque si distanzia dai precedenti album di De Leo dove era preferita la scrittura per ensemble, messo a punto dopo un lungo periodo di prove e live performance. Oltre alle domande di Guglielmi, che lo ha definito come «Un artista che non segue strade convenzionali […]», De Leo ha risposto anche a quelle del pubblico presente. Di seguito un sunto delle sue dichiarazioni, sul nuovo album e non solo 

Con Fabrizio Puglisi ci siamo conosciuti tempo fa, e siamo nel pieno del nostro “innamoramento artistico”. Il nostro punto d’incontro è nella necessità dell’improvvisazione; vedere e testare quale può essere la musica possibile che può scaturire tra due strumenti e due umanità diverse. Non avevamo in programma la registrazione dell’album e abbiamo provato molto il repertorio prima di entrare in studio. Abbiamo affinato l’intesa per circa tre anni, tra concerti e prove in studio. Quello che si ascolta in “Sento doppio” è il condensato di questa esperienza. È un disco di ricerca. Di solito i giornalisti hanno bisogno di etichettare i dischi, per convenzione, e “Sento doppio” potrebbe essere definito come un disco di jazz, anche se preferisco si parli di un disco di musica. Il jazz è spesso relegato al periodo del be bop, almeno questo è nell’immaginario comune, mentre oggi è un àmbito che racchiude molti generi, forse tutti, perché un jazzista moderno attinge da ogni genere.

Lo strumento della voce, nel mio modo di scrivere, è l’ultimo tassello che inserisco nelle composizioni. Alla parola cantata prediligo la musica, perché credo che riesca a esprimere più parole di quante se ne possano dire. Sono interessato agli strumenti del contesto musicale dove intendo inserire la voce. Nei miei lavori precedenti la voce non esegue sempre il tema principale, anche perché amo usarla in contrappunto o come supporto ritmico. In questo disco però, essendo un duo con pianoforte, la voce ha una funzione determinante. È un disco a due teste, né mio né di Fabrizio, è un disco nostro.

Il sottotitolo è “Musiche dell’errore e altri fonosimbolismi antiregime”. Musica dell’errore perché si tratta di improvvisazioni. Si cerca di evitarlo l’errore, ma è possibile che accada. L’errore è però una porta che si apre sull’abisso. È stimolante, e può condurre la composizione estemporanea in territori inaspettati. Cavalchiamo l’errore. Io e Fabrizio amiamo il rumore, le “non note”, se vogliamo chiamarle così. Ci illudiamo che siano dense di significato. Non si tratta di un disco commerciale. Il mercato non lo capirà. L’intento è quello di arrivare a tutti, ma non sono i tempi giusti per uscire con un disco come questo, però è il nostro modo onesto di rispettare chi ci ascolta. Porteremo questo repertorio dal vivo, ci stiamo organizzando. I brani saranno un canovaccio per prendere ulteriori altre strade espressive.

Sono contento di non avere una visibilità televisiva, gli aspetti legati alla grande notorietà non mi si addicono. Non bisogna cadere nell’equivoco che è la televisione a decidere chi è bravo e chi no. In questi anni ho fatto tante esperienze. Ho messo insieme ensemble molto interessanti, come il più recente Il Grande Abarasse, che è a mio modo di vedere l’espressione meglio riuscita del mio percorso. Abbiamo una gamma sonora molto ampia, siamo in nove e mi diverte sapere che ci sono strumenti come il clarinetto basso, il violino, il violoncello, una chitarra semi acustica, un manipolatore del suono in tempo reale. È un gruppo molto divertente e spero di poter proseguire il discorso con questa realtà. Inoltre, mi appassiono di arte, di cultura in generale, della società. Capita che sia un quadro o una scultura a darmi l’ispirazione per un brano. Non ho un artista di riferimento, ma spesso le rappresentazioni non musicali mi ispirano musica.


mercoledì 15 novembre 2017

Cettina Donato Quartet: “Persistency” [AlfaMusic, 2017]

“The New York Project” recita il sottotitolo di questo album che la pianista e compositrice Cettina Donato firma in quartetto con Matt Garrison ai sassofoni, Curtis Ostle al contrabbasso ed Eliot Zigmund alla batteria. Fatta eccezione per Lawns, di Carla Bley, il lavoro si sviluppa su originali firmati dalla leader, la quale, attraverso la nota di copertina, renda note le intenzioni che hanno dato forma alla scaletta con queste parole: «Puoi raggiungere qualsiasi obiettivo tu abbia programmato ma ci vuole azione, persistenza e la capacità di guardare in faccia le tue paure. Questo è il motivo per cui ho chiamato il mio nuovo progetto “Persistency”, perseveranza […]». Brani che portano nel loro fulcro espressivo la cantabilità dei temi, spesso affidati al timbro misurato di Garrison, e che rimandano a una pregevole estetica d’insieme, ottenuta con il rispetto sia degli spazi di manovra dei singoli elementi, sia con un respiro armonico di gruppo sempre fluido, leggero quanto intenso e profondo. 

                                            

sabato 11 novembre 2017

Attilio Pisarri: “Elektroshot” [Naked Tapes 04, 2017]


Il quartetto capitanato dal chitarrista Attilio Pisarri si completa con Phil Mer alla batteria, Andrea Lombardini al basso elettrico e Michele Polga al tenore, elemento a cui, durante le dieci tracce originali in scaletta, sono affidati molti momenti di esposizione tematica di questo lavoro. Si tratta di un disegno sonoro che scaturisce interamente dalla penna di Pisarri, che organizza una musica dove convivono melodie e passaggi di contrazione, situazioni acide, ipnotiche, e attimi prossimi alla rarefazione. Effetti, programmazione elettronica e una buona dose di elettricità concorrono a formare la ricetta timbrica di “Elektroshot”, un album che si distanzia con destrezza da un immediato incasellamento di genere.

mercoledì 8 novembre 2017

Joona Toivanen Trio: “XX” [Cam Jazz, 2017]

Sono i giorni a cavallo tra maggio e giugno 2017 quando presso Artesuono, lo studio di registrazione di Stefano Amerio, si raduna il trio del pianista Joona Toivanen, completato da Tapani Toivanen al contrabbasso e Olavi Louhivuori alla batteria. La scaletta del loro lavoro – a venti anni dall’inizio di collaborazione -, composto da soli originali firmati dal leader e dagli altri componenti, traccia un percorso estetico caratterizzato da melodie cantabili, perlopiù suggestive e chiaroscurali ma all’occorrenza anche irrequiete, equilibri timbrici e primi piani spesso a favore del pianismo elegante e puntuale di Joona Toivanen. Brani come Greyscape I e II ben identificano il profilo estetico di questa realtà, basata su interventi essenziali, anche accennati, e su piccole cellule sonore sospese nel vuoto di pause e silenzi. La foto di copertina è firmata Elisa Caldana.

martedì 7 novembre 2017

Riccardo Fassi Tankio Band: “Plays Zappa – The Return Of The Fat Chicken” [AlfaMusic, 2017]


Riccardo Fassi cura gli arrangiamenti dell’intera scaletta di questo lavoro che dedica, realizzandolo insieme alla sua Tankio Band, alla musica e alla figura artistica di Frank Zappa. Fassi avverte nella musica di Zappa un’eterna fonte di ispirazione, e in questo episodio discografico ne rilegge diverse pagine, come l’iniziale Cosmik Debris o la classica Uncle Meat. La Tankio si muove con destrezza nel repertorio zappiano, mescolato al quale troviamo alcuni brani firmati da Fassi e Antonello Salis, e non si allontana in maniera eccessiva dal caratteristico sound degli originali. In tal senso risulta decisiva la presenza di Napoleon Murphy Brock, storico collaboratore di Zappa, che dà il suo contributo con voce, tenore e flauto. Tra gli altri ospiti segnaliamo, in una nutrita lista di line-up, Alex Sipiagin e Gabriele Mirabassi, mentre l’immagine di copertina è di Andrea Strizzi.

domenica 5 novembre 2017

Chick Corea & Steve Gadd Sextet: Si apre stasera il Roma Jazz Festival


Sarà il sestetto capitanato da Chick Corea e Steve Gadd ad aprire la quarantunesima edizione del Roma Jazz Festival, per l'occasione legato al raporto tra jazz e religione come il  titolo del programma "Jazz is my religion" lascia intendere. Insieme ai due leader sul palco anche Lionel Loueke, chitarra; Carlitos Del Puerto, basso; Luisito Quintero, percussioni; Steve Wilson, sax e flauto. Auditorium Parco della Musica, Roma, ore 21:00.
La manifestazione si protrarrà fino al 30 novembre, in vari luoghi della capitale.
Il programma completo al sito ufficiale.



mercoledì 1 novembre 2017

Ashley Kahn: Casa del Jazz, Roma 21 ottobre 2017



Giornalista, critico musicale, docente universitario, tour manager, produttore e altro ancora, Ashley Kahn ha presentato lo scorso 21 ottobre, presso la Casa del Jazz di Roma, il suo recente libro edito da Il Saggiatore, dal titolo “Il rumore dell’anima – scrivere di jazz, rock, blues”, una raccolta di interviste e racconti scelti nel suo quarantennio di giornalismo musicale. Kahn, con competenza e sottile ironia, ha risposto alle domande del giornalista Duccio Pasqua e di alcuni spettatori presenti. Di seguito un sunto delle sue dichiarazioni



Il mondo della musica mi affascina da sempre. Ho voluto entrarci e conoscerlo in ogni suo aspetto, dalla comunità dei musicisti all’industria discografica. Se c’è un filo tracciabile in buona parte della mia scrittura è il modo in cui ho finito di appassionarmi all’idea di spiegare la musica, facendolo attraverso le sue storie. Ho una filosofia alquanto essenziale: scrivi bene, scrivi in maniera chiara, non celare l’entusiasmo e riconduci sempre il lettore alla musica.

Troppo spesso trovo la critica musicale altamente autoreferenziale, compiaciuta della sua stessa arguzia e creatività. Scrivere veramente di musica deve avere al suo centro la musica, non la scrittura. Dopo tanti anni ancora oggi mi immergo nella musica, cerco il massimo delle informazioni prima di poterne scrivere. Analizzo in maniera compiuta ogni dettaglio per poter capire e spiegare un’opera musicale. Quando ho iniziato Internet non esisteva, e la sfida di oggi è quella di esprimersi in spazi brevi, esprimersi attraverso un’estrema brevità di giudizio. Bisogna aprire le “scatole” della musica, incuriosire i fan e spingerli a darci un’occhiata dentro.

Il compito del giornalista musicale è quello di far intravedere qualcosa, non completare l’analisi per chi legge, ma dare uno strumento per conoscere maggiormente il soggetto di cui si parla. Il compito è assolto quando il lettore, una volta finito di leggere, mette da parte il testo scritto e va a cercarsi la musica di cui si parla. Questo è il compito da svolgere. Se vuoi raccontare una storia devi conoscerla. Non c’è altro sistema. Bisogna dannarsi per raggiungere chi può darti informazioni basilari, come ho fatto quando ho scritto le note di copertina di “Offering: Live At Temple University” il live album postumo di John Coltrane edito dalla Resononce Records nel 2014 (note che fecero ottenere a Kahn un Grammy Award, NdR). Ho parlato con i musicisti coinvolti in quella registrazione e con Michael Brecker, che nel 1966 era tra il pubblico di quello storico concerto. Inoltre, è importante analizzare il materiale video, le immagini, capire quale può essere la chiave di lettura della storia, il nucleo di interesse per il lettore. Altro aspetto fondamentale è capire quali sono le domande da fare agli interlocutori per arrivare al nocciolo della questione.

Nel mondo della musica c’è sempre stato bisogno di riferimenti, di etichette capaci di definire i generi, anche per far orientare l’ascoltatore in un insieme così caotico. Le categorie però non devono limitarci. Oggi le cose più interessanti si ascoltano a cavallo tra i generi, negli interstizi che separano jazz ed elettronica, jazz e hip hop e via dicendo. Lì è il futuro, e lì che si trovano le cose più interessanti. Ne è esempio un disco come “Balckstar” di David Bowie, che ospita musicisti come Donny McCaslin o Mark Guiliana.

Se c’è qualcosa che non mi piace preferisco non parlarne. In ogni decade ci siamo chiesti che fine abbia fatto la buona musica. È una costante. La difficoltà è che per giudicare la musica dobbiamo liberarci dei criteri e delle convinzioni che ci siamo creati nel passato. Molti critici soffrono questa situazione, perché non riescono ad applicare una visione imparziale alle nuove proposte, rimanendo ancorati ad assunti del passato. È importante non creare sfide, non serve, bisogna essere capaci a unire le passioni, fare confronti tra artisti e schierarsi per uno o per l’altro non serve. Il mio approccio è questo, non mi precludo niente. Bisogna essere attenti e pronti all’accogliere il nuovo.

Ai miei studenti dico di amare ogni genere musicale, non schierarsi dalla parte di un solo musicista disdegnando gli altri, sia contemporanei sia di altre epoche. Se uno studente ama un artista gli consiglio di approfondirne la conoscenza, capire per quale motivo fa quella musica, cosa l’ha portato a esprimersi in un determinato modo, per poi arrivare alle sue radici. Solo così lo studente riuscirà a farsi la muscolatura adatta ad affrontare qualsiasi altro genere o artista. La musica che ci segna è quella che ascoltiamo da giovani, fino a ventiquattro anni. Questa però deve essere la nostra base e bisogna imparare ad aprirsi e ad accettare quello che verrà in seguito. Non avere preconcetti, non essere legati a degli assunti. La musica ha un potere incredibile. Può cambiare una vita, la può salvare. Così è stato anche per me.