mercoledì 25 gennaio 2012

Intervista a Gaetano Curreri (Stadio)

Trent'anni di carriera, il nuovo album Diamanti e caramelle, la collaborazione con Noemi, la polemica tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue, la musica per il nuovo film di Carlo Verdone... con Gaetano Curreri non mancano gli argomenti di conversazione. Il leader degli Stadio ci concede un punto della situazione sulla sua perpetua attività di musicista che – piaccia o meno – rappresenta ormai un punto fermo della storia della musica italiana.

Stai lavorando alla colonna sonora del prossimo film di Carlo Verdone, parliamone! È un film molto bello, uno di quei film di Verdone che rimarranno nella storia del suo cinema, come “Compagni di scuola”, “Acqua e sapone” e “Borotalco”. Si intitola “Posti in piedi in paradiso”. Ho curato l’intera colonna sonora insieme a Fabio Liberatori e Andrea Formini; abbiamo scritto un paio di pezzi appositamente per questo film e poi ci saranno diverse canzoni storiche, perché Carlo fa la parte di un venditore di dischi in vinile, quindi c’è un po’ di storia del rock, da Jim Morrison a tanti gruppi degli anni Settanta. C’è tanta musica bella e Carlo quando fa un film dà molta importanza alla musica. Ci sarà modo di ridere e di pensare, perché la storia è uno spaccato della nostra società, di come la stiamo vivendo, di come molte volte ci buttiamo via, di come ci incasiniamo la vita e ce la rendiamo un po’ difficile, mentre potrebbe essere molto più bella e molto più semplice.

Mentre il recente lavoro degli Stadio si intitola Diamanti e caramelle. Qual è il significato del titolo? Prende il titolo da una canzone contenuta nell’abum scritta insieme a Irene Grandi e Carlo Rizioli, un giovane autore che è un enorme talento che si propone nella musica italiana. Credo che gli autori siano la vera linfa per far sì che la musica sia una cosa che continua nel tempo, molto spesso vengono dimenticati, ma è attraverso loro che la musica cresce e rimane un fatto di emozione collettiva. Quindi ascoltando Diamanti e caramelle e lavorandoci su ho scoperto che questa canzone poteva essere un po’ lo spot di questo lavoro e della nostra storia, del nostro modo di fare musica.

Diamanti e caramelle è anche l'album del vostro trentennale. Sì, tempo fa ascoltavo alla radio Acqua e sapone, un pezzo che ha circa 27 anni, lo ascoltavo insieme ad altre canzoni uscite in questi anni e non sfigurava affatto, anzi forse brilla più adesso che quando l’abbiamo fatto. Questo per la capacità che abbiamo avuto in quegli anni di saper leggere la direzione della musica e soprattutto di saper fare una musica non strettamente legata alla moda del momento; abbiamo seguito quelle che erano le nostre aspirazioni, le nostre capacità. Questi sono dei piccoli diamanti, poi se pensi alle nostre canzoni d’amore allora lì ci trovi le caramelle. Abbiamo sempre cercato di fare musica in maniera dolce e preziosa.

Per una band così longeva, qual è il senso di continuare a fare album se con tutta probabilità il pubblico vi apprezza e vi ricorderà per cose fatte in passato? Ci andrei piano con questa considerazione, perché in questo album ci sono tre o quattro canzoni che già stanno segnando la nostra storia. Mi viene in mente Gaetano e Giacinto, la canzone che abbiamo scritto per ricordare Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea, che è già come un evergreen che può stare bene vicino a Chiedi chi erano i Beatles, perché credo che Facchetti e Scirea stiano al calcio come i Beatles stiano alla musica. In questo disco ci sono canzoni che hanno la loro riconoscibilità, che hanno la capacità di fare la nostra storia, ed è questo che ci aiuta ad andare avanti con grande entusiasmo.

Un album che parla di sentimenti, di amore, in un’epoca dove l’odio e la violenza sono all’ordine del giorno. Non vi sentite un po’ anacronistici? No, assolutamente, perché noi abbiamo sempre fatto questo, abbiamo raccontato la cronaca attraverso la nostra poesia. L’idea è che la poesia è un qualcosa che c’è in ognuno di noi, ed è quella che rimane nel tempo contrapponendosi alla cronaca, che tende un po’ a impolverare. Gaetano e Giacinto è una canzone che avevamo in mente da anni, poi nel momento in cui l’abbiamo fatta uscire c’è stato il tentativo di impolverare uno di questi due personaggi attraverso la cronaca del processo di Napoli su Calciopoli. Però raccontando le gesta di questi due personaggi, attraverso una forma poetica, abbiamo notato che tutto si è diradato.

In che modo? Tutti hanno capito che la nostra era un’operazione di posizionamento di questi grandi campioni nell’immaginario collettivo, che è un immaginario poetico, non certo figlio di una cronaca un po’ becera, che un giorno dice una cosa e un giorno ne dice un’altra. Questo è il compito di chi fa musica, perché altrimenti saremmo figli solo del tempo che stiamo vivendo, mentre lo siamo di un tempo molto lungo. Trentanni di carriera ci hanno permesso di raccontare delle storie che sono rimaste negli anni proprio perché non erano solo legate a quel periodo, noi ce ne siamo – per dirla in maniera molto semplice - fregati di quello che ci accadeva, senza però nasconderci, perché poi abbiamo cantato anche canzoni che parlano di fatti che hanno scritto la storia del nostro Paese, però sempre attraverso la poesia, con le possibilità che ti dà la forma canzone. Questo ce lo ha insegnato Roberto Roversi all’inizio della nostra carriera, da lì abbiamo capito che avevamo in mano una grande possibilità, quella di poter scavalcare la stretta attualità e le brutture della cronaca.

C’è anche un discreto utilizzo dell’elettronica. Non pensi che questo elemento possa raffreddare il feeling di alcuni brani, come per esempio Piuttosto che non averti mai incontrato? No, abbiamo sempre usato l’elettronica attraverso una logica molto personale. Non ci siamo mai fatti prendere dall’elettronica, anche se dicono che nel 2040 saranno le macchine a essere più intelligenti dell’uomo, ma io credo che le macchine possano solo aiutare a mettere un po’ di ordine. Il computer, soprattutto nella fase compositiva, non lo uso assolutamante, mentre poi nella fase di realizzazione dei primi arrangiamenti mi dà una mano a farmi lavorare con una velocità un pochino superiore rispetto a qualche tempo fa. Dopodichè noi continuiamo a suonare molto le nostre canzoni, senza farci condizionare da macchine che schematizzano; grazie a Dio siamo dei musicisti capaci, ci piace molto suonare insieme e questo, se è fatto con i nostri tempi e la nostra sensibilità, funziona bene, mentre se è fatto con una macchina allora non funziona più. L’elettronica ci aiuta a organizzare il lavoro, ma la creatività lasciala a noi.

Nel disco c'è La promessa, cantata insieme a Noemi. Una collaborazione reciproca che dunque continua. C’è l’intenzione di realizzare con lei un qualcosa di più importante e concreto? Con Noemi abbiamo fatto una canzone importantissima che è Vuoto a perdere, che ha fatto da traino al suo album, e poi anche questa canzone che è nata dalla gioia reciproca di cantare insieme. Lei è capitata mentre stavamo finendo di registrare il brano e la vedevo al di là del vetro che canticchiava la melodia, quindi l’ho invitata a cantare e, quando si è trovata lì, si è avventata sul microfono; infatti se si ascolta bene la canzone sembra che io sia il suo ospite e non il contrario. Lei la canta con la sua anima blues, con la sua anima un po’ nera, è un duetto abbastanza anomalo che mi è piaciuto molto inserire in scaletta. Noemi è un talento musicale grandissimo, è una cantante a livello internazionale, se avrà la possibilità di avere canzoni di livello come merita, è pronta per fare grandi cose. E' una delle più belle voci che abbiamo in Italia tra le cantanti nuove.

Noemi è figlia di un talent show televisivo. Qual è la tua idea su questa nuova realtà di scouting? I talent show non li seguo, sono molto sincero. Sono programmi televisivi che usano la musica in maniera un po’ impropria, non hanno un grande senso. In questi anni è attraverso i gruppi che la musica italiana è cresciuta, hanno fatto da spartiacque, hanno cercato di portare avanti qualche novità. Nei talent show c’è un andamento un po’ obsoleto di voci molto belle che poi ripropongono figure di personaggi che ci sono già, mentre di gruppi non se ne vedono. Mi vengono in mente gruppi come i Negramaro, sono questi i personaggi veri di questi ultimi anni, o mi viene in mente anche Caparezza, personaggio che amo profondamente, mentre ciò che è proposto dai talent show lo vedo un pochino stantio. Certo poi ci sono personaggi interessanti come Noemi o qualcun altro, ma per il resto vedo poca novità.

E Internet? Mi incuriosisce di più. Lì c’è qualcuno che si fa conoscere e viene fuori con tutta la sua oroginalità, ed è attraverso questo che la musica cresce, mentre la riproposizione di cose già sentite lascia il tempo che trova.

E di tutto ciò che si muove a distanza dal grande pubblico, che solitamente viene etichettato come “indie”, che idea hai? E' un mondo che mi interessa molto, anche perché ho la fortuna di abitare a Bologna e quindi di frequentare dei locali dove suonano gruppi molto interessanti, come per esempio la Cantina Bentivoglio e altri. È lì che la musica cresce e riesce a tirare fuori delle novità. Da questo punto di vista però la discografia è imbalsamata, ma è sempre stato così: basti pensare a quando andavo in giro con Vasco Rossi a far sentire le sue canzoni, ci dicevano che in Italia non avrebbe mai venduto, pensa quei discografici quanto erano illuminati (ride, ndr).

A proposito di Vasco, perché sei voluto tornare sulla diatriba tra lui e Ligabue, schierandoti dalla parte del primo? Ho espresso il mio parere: ci sono dei personaggi che hanno fatto girare pagina alla musica e, in Italia – esclusi Guccini e De Andrè che considero fuori dalla cerchia della canzone in quanto li ritengo più vicini ai grandi poeti –, credo siano Battisti e Vasco. Poi ci sono una serie di personaggi che si sono infilati tra questi due, e uno è Luciano Ligabue. Lui non è uno di quelli che ha fatto girare pagina, poi non metto in dubbio che sia bravo, che scrive belle canzoni e attira tanta gente ai concerti. Non credo di essere stato irrispettoso, ma chi lo paragona a Vasco è come se paragonasse me a John Lennon, forse è un po’ forte come equazione, ma anche io sono un cantante di un gruppo, anche io scrivo canzoni, ho cantato anche belle canzoni, ma non sono John Lennon, e così vale per Ligabue, che ha scitto belle canzoni, ha cantato belle canzoni, ma non è Vasco Rossi. 16 gennaio 2012

martedì 24 gennaio 2012

Pier Mazzoleni: “La tua strada”

Tredici brani scritti e musicati da Pier Mazzoleni compongono il suo nuovo lavoro in studio dal titolo “La tua strada”. Il compositore e polistrumentista bergamasco costruisce un percorso tematico – dal taglio prettamente cantautorale - attraverso il quale possiamo incontrare metafore di vita e delle scelte da compiere durante il cammino, storie di rapporti tra persone e di vicende quotidiane, e una serie di situazioni tematiche mai scontate e bisognose di un ascolto attento. Questo perché gli andamenti sono spesso pacati, pieni di una garbatezza espressiva notevole, risultato di una serie di esperienze vissute da Mazzoleni che ne hanno forgiato uno stile a metà tra eleganza e sobrietà, canzone in senso stretto e movimenti più articolati. Brani che denunciano un attaccamento alle radici, e che trovano la loro forza nelle parole, nei significati e nel modo di porsi. Tra le cose migliori segnaliamo l’iniziale “Un altro abbraccio”, con una deliziosa virata nei territori colorati della bossa, l’eleganza jazzy di “Io credo”, la sorta di folk tricolore della title track, e molti altri episodi che riescono a descrivere in maniera esaustiva ora un ricordo, poi un desiderio o un’idea intellligente. Non si tratta di musica di semplicissima fruizione, non ci sono ritornelli a presa rapida e movimenti ammiccanti, cosicchè se ne consiglia l’ascolto agli amanti delle cose fatte bene, come si facevano una volta.

lunedì 23 gennaio 2012

Mimmo Cavallaro – Cosimo Papandrea “Taranproject”: “Hjuri di hjumari”

Nell’ambito della grande riscoperta e valorizzazione della musica popolare italiana va ad innestarsi, con piena cognizione di causa, anche Taranproject, realtà ideata e guidata da due santoni della tarantella come Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea. Il loro è un lavoro teso a sviluppare un linguaggio semplice, ma efficace, della tarantella calabrese vista, e intesa, come musica legata al passato ma capace di emanare significati e ragioni profondamente aderenti alla realtà dei giorni che viviamo. L’album “Hjuri di hjumari” – al quale partecipano in veste di ospiti anche Mimmo Epifani, Eugenio Bennato e Francesco Loccisano - si sviluppa attraverso quattordici tracce cantate in dialetto - comprensibile anche ai profani - e condite dai sapori inebrianti degli strumenti tipici, come la lira calabrese, e arrangiamenti che riescono a equilibrare le voci di primo piano con i cori e le melodie di chitarra classica sullo sfondo. Non c’è l’ostentazione e la voglia di forzare gli atteggiamenti di una musica al tempo stesso sobria e decisa, leggera e dai significati profondi, pronta a danzare (“Santu Roccu”)e perfettamente in grado di trovare situazioni più pensose e riflessive (“Ninna nanna”). Si respira al tempo stesso aria di festa e di dolore, di un popolo passato attraverso molte fasi di difficoltà e che riesce a proiettare nella propria musica mille colori e altrettanti significati. Questo lavoro vuole anche essere un portavoce della nuova cultura che sta gettando fondamenta sane per una Calabria vista da un altro punto d’osservazione, lontano dagli stereiotipi negativi che da troppo tempo ne hanno compromesso una figura affascinante e piena di sfumature positive.

domenica 22 gennaio 2012

Marvanza Reggae Sound: “Soluziescion”

“Soluziescion” arriva dopo due anni di duro impegno dei Marvanza Reggae Sound, che dopo il primo album “Frontiere” si sono cimentati in numerosi contesti live che hanno attirato una buona attenzione da parte del pubblico e della critica specializzata. Undici brani in programma che spaziano dal pop condito di reggae dell’iniziale “Sono io quella giusta”, all’autocelebrativa “Marvanza Reggae Sound”, alla vestizione in chiave giamaicaina di “Tu ti lamenti”, fino alla più concreta “N’ euru”, giocata sulle spezie del dialetto calabrese, meno comprensibile al primo colpo ma forse più attinente a una propria anima espressiva e formale. Non mancano i passaggi stereotipati che ribadiscono determinati concetti, come “Legalizza”, e i classici scenari che rimandano in mente spiagge assolate e piene di persone rilassate, leggi “I’m the Right One”. Il gruppo riversa gran parte della propria riuscita nelle voci in contrasto tra Skakaman, RaggaMafy e Maco de Roma, e in questa occasione viene supportato dalla ZunguZungu Band, che rende un maggiore spessore sonoro alle linee prevedibili che caratterizzano l’album. La scena reggae è inevitabilmente legata a determinati punti espressivi e a un sound riconoscibile e credibile in quanto tale, difficile dunque espandere il raggio di interesse e realizzare un album non dedicato eslusivamente agli amanti del genere.

venerdì 20 gennaio 2012

Mercevivo: “Lasortedelcanecheleccalalama"

“Lasortedelcanecheleccalalama” è la terza produzione dei Mercevivo, ed è un album ispirato alla poetica letteraria dello scrittore napoletano Erri De Luca. Il lavoro è composto da sette brani – tutti scritti da Lukasz Mrozinski - che in mezzora emanano un buon equilibrio tra testi e musica. Composizioni tese a mostrare una certa caratura letteraria, profonda nei significati e sensata nei modi; suoni a cavallo tra rock in senso stretto e piacevolmente contaminato da inserti di fiati, cori e strumenti acustici. Un andamento che alterna situazioni intrise di elettricità, come l’iniziale “Imperfezione”, ai chiaroscurali orizzonti di “(Ri)torna”, brano nel quale si rintraccia anche una buona vena cantautorale - che nell’intera economia dell’album non guasta di certo - e momenti di poesia applicata con la giusta dose di sdolcinamento (“Il sole e la sorte”). Tra le cose migliori va segnalata la conclusiva “Ivre”, in quanto portatrice sana di tutte le attitudini della band: capacità di creare immediatamente atmosfere suggestive; innesco positivo di melodie a presa veloce senza servirsi di soluzioni semplicistiche; equilibrio timbrico che concilia anche un ascolto ripetuto nel tempo. Ottima prova dunque, soprattutto per quel che riguarda l’originalità dei temi proposti, sempre piacevolmente in bilico tra apocalisse e verità concrete, groviglio di suoni che si annodano e linearità espressiva

giovedì 19 gennaio 2012

ZOFT: “Electrically Haunted”

Dietro la sigla ZOFT si cela un duo composto dal drummer Damien Magnette e dal chitarrista Nicolas Gitto, musicisti operanti nell’area di Bruxelles capaci di scolpire la materia sonica fino a plasmare figure indefinibili. Le undici tracce nella scaletta di “Electrically Haunted” vivono di tensioni emotive forti, di cortocircuiti formali e melodici prossimi all’isteria, di sterzate impreviste e idee creative. Musica perlopiù strumentale, che si evolve in maniera continua, senza riservare spazi ai silenzi e ai momenti di pensiero statico, in un continuo turbinio di atmosfere surreali e situazioni spigolose. Evidenti sono i lineamenti del dna degli ZOFT nell’opener “Exit”, brano dove si accatastano piani sonori dal sapore post-rock, mentre nella successiva “L’homme machine” è un andamento più secco e istintivo a trascinare il brano verso lidi di psichedelia visionaria. Non mancano i passaggi dallo sviluppo labirintico, vedi la convulsiva “Shramana”, ma anche i pezzi senza confini definibili, come lo scuro “Mike Tapping”, altro scenario apocalittico dove da un momento all'altro ci si può tranquillamente attendere l’irreparabile. C’è anche da farsi venire le vertigini nel’oscillante “Mr. Goodpain” in un album non di grande potabilità, adatto però a chi ha voglia di mettersi sul sentiero a ostacoli di un ascolto che non prevede né sconti né compromessi melodici.

mercoledì 18 gennaio 2012

Penelope sulla Luna: “Enjoy the Little Things” EP

Per i Penelope sulla Luna l’ep “Enjoy the Little Things” è come un punto di nuova partenza, in quanto la band, attiva dal 2006, ha visto la sua recente storia caratterizzata da cambi di formazione e momenti di stand-by. I quattro brani qui proposti sono una sorta di prologo a quello che sarà il loro secondo lavoro sulla distanza che conta, previsto per la primavera 2012, e denunciano l’attitudine prossima al post rock del quartetto. Si tratta di tappeti strumentali nei quali si intrecciano melodie condite da una ritmica a volte sostenuta e da alcuni innesti di suoni sintetizzati, oltre che dalle colonne portanti di basso, batteria e parecchia chitarra. Il mometo migliore lo abbiamo individuato in “I Read Lullabies”, in quanto il brano sembra essere quello messo a fuoco sotto il profilo della tensione tra melodia e ritmo, tra figura principale e orizzonte sullo sfondo. Buon antipasto dunque, anche se aspettiamo i Penelope sulla Luna al passo importante, dove dovranno necessariamente dimostrare una maggiore originalità, altrimenti rischiano fortemente di perdersi in un territorio stilistico fin troppo ampio e sfruttato in ogni centimetro.

martedì 17 gennaio 2012

Uniform Motion: One Frame per Second

Nove brani stretti in mezzora compongono il terzo studio album di Uniform Motion dal titolo “One Frame per Second”. Si tratta di una storia – che narra di un personaggio immaginario chiamato Little Knight - raccontata attraverso episodi dal taglio cantautorale, dagli sfondi semiacustici, dalle atmosfere rilassate e illuminate spesso da luci tenui, capaci di avvolgere il tutto in un morbido andamento chiaroscurale. L’album si mantiene su un binario espressivo costante, senza deragliamenti stilistici né impennate ritmiche, anche se in alcuni momenti, come nella traccia “Our Hearts Have Been Misplaced in a Secret Location” si avverte un certo coinvolgimento, poi subito appannato dalle note esili e accopagnate da un sussurro di voce che accarezzano la melodia di “I Was Crushed bt a Forty-Foot Man”. Di qualità ce n’è molta nello svolgimento proposto da Uniform Motion, con diverse perle che riescono a formare una collana di valore. Caratteristica che si avverte nel modo di equilibrare i volumi, cesellare gli arrangiamenti, colpire le corde emozionali senza mai alzare la voce, senza cercare per forza il colpo a sorpresa. Lavoro molto apprezzabile dunque, certamente adatto per gli amanti del songwriting ben pensato e soprattutto per chi è in cerca di un ascolto lontano dalle urla metropolitane, e buono anche per un sottofondo mai invadente.

lunedì 16 gennaio 2012

Cristina Donà: live @ Orion club, Ciampino 14 01 2012

Sempre splendida.

Kamikaze Queens: Automatic Life

I Kamikaze Queens sono uno di quei gruppi che si lasciano apprezzare meglio nella dimensione live che su disco, questo perché portano nel loro dna la sacra miscela che unisce un approccio punk alle formalità tipiche del grunge e all’essenzialità di una certa scena post wave. “Automatic Life” traduce queste peculiarità in quattordici brani tirati a mille, salvo poche eccezioni, nei quali fanno bella mostra sia la muscolarità di Nico Lippolis alla batteria che di Lloyd Clark II al basso, le rasoiate chitarristiche di Tex Morton, capace anche di cesellare le melodie al punto da far cambiare atmosfera stilistica ai vari brani, e le voci di Mad Kate e Trinity Sarratt, autentiche mattatrici dell’intera faccenda. L’innesco funziona, soprattutto per quel che riguarda i primi brani in scaletta, tra i quali va segnalata l’ottima “Good Times”, brano dal tiro poderoso, carico di groove e irrimediabilmente epidemico per via del suo gancio ripetuto fino all’ossessione. Esempio lampante di quel che si diceva nell’incipit, in quanto quello tra le mura di casa risulta essere un ascolto limitato, che avrebbe bisogno di sfogare in altre forme, come saltare e cantare insieme a una folla contaminata. La band emana euforia in ogni passaggio, e in alcune situazioni riesce a scendere a patti con un rock ‘n roll di derivazione sessantiana (“Do the Crab”), altro elemento da non trascurare del loro carattere. Cinquanta minuti da cavalcare: avvertite i vicini e iniziate a spostare i mobili.

sabato 14 gennaio 2012

Kid Chocolat: Kaleidoscope

Contiene diverse collaborazioni interessanti il terzo album firmato da Kid Chocolat, in quanto nei dodici brani proposti vediamo la comparsa, tra gli altri, di Land of Bingo, Love Motel e Mlle Shalala. Ed è probabilmente per la varietà di soluzioni proposte che questo lavoro si lascia ascoltare nella sua interezza, costantemente in bilico tra pop elettronico e atomosfere vintage che si rifanno agli anni Sessanta, innesti di suoni sintetizzati su tessiture acustiche, passaggi only instrumental e song con la voce in primo piano. Originalità dunque, e non è poco viste le attitudini dozzinali che spesso avvolgono i progetti che in un certo qual modo si rifanno alla sfera elettronica. In genere le idee – degne di essere chiamate tali - sono poche, la voglia di ricercare e dunque rischiare nella scelta dei suoni ancor meno. Eppure Kid Chocolat licenzia un album con delle idee. Tra le tante annotate sul nostro taccuino segnaliamo l’applicazione del buon gusto melodico e il giusto equilibrio tra primo piano e sfondi sonori in “The Chains”, brano ottimo per un dancefloor affollato di buongustai, ma anche il pop disimpegnato prodotto da Thaiti in “A Lot of Love”, senza dimenticare la dolce ballata “Generation Admin”, giocata in punta di melodia, che non t’aspetti e che dona a “Kaleidoscope” un motivo in più d’esistenza e ne certifica l’intero significato.

venerdì 13 gennaio 2012

Tiziano Ferro: L'amore è una cosa semplice

L’amore è una cosa semplice è il titolo del nuovo lavoro in studio di Tiziano Ferro, il quinto per gli almanacchi, ma anche un’affermazione che nella suo essere diretta e senza indugi nasconde una complessità di ragionamenti e significati difficilmente districabili. L’amore è materia multiforme, soggetta a variazioni e definibile in più modi, a seconda dell’inquadratura e del regista che ne vuole descrivere le peculiarità. Il cantautore di Latina prova a esprimere la propria versione sull’argomento in quattordici episodi squisitamente pop (altro territorio senza confini facilmante tracciabili), che portano nel loro dna tutte le derivazioni stilistiche e le proiezioni melodiche del suo ampio idioma espressivo. Ascoltiamo dunque gli andamenti dal sapore r ‘n b che segnano in maniera deliziosa Hai delle isole negli occhi, passando per il singolo dall’impatto dirompente La differenza tra me e te, forte di un perfetto innesco del ritornello, lo spaccato cantautorale di Paura non ho, il duetto con John Legend nella conclusiva Karma, la spensieratezza di brani come TVM e l’eleganza di Quiero vivir con vos. Leggero al punto giusto, pieno di riferimenti a un sentimentalismo trattato con intelligenza, il lavoro si lascia apprezzare nella sua interezza, proprio perché vario nelle soluzioni e Ferro, consapevole dei propri mezzi, disteso e capace di un timbro pronto a schiaffeggiare con forza le melodie, ma anche di carezzarle con dedizione (L’amore è una cosa meravigliosa, La fine), realizza un album curato nei dettagli, suonato in maniera splendida e privo di grinze, che potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di carriera - se non totalmente diverso dal passato - certamente più maturo.

Nicola Dal Bo: Trio.Org

Il nocciolo della questione è tutto nel suono dell'organo Hammond: se lo amate - e dunque con tutta probabilità lo amerete per sempre - allora un disco come Trio.Org potrebbe andarvi a genio; in caso contrario, cioè se proprio non avete mai digerito quelle note dal sapore vintage, come si usa dire oggi, meglio rimanerne alla larga. Questo perché i motivi di esistenza di quest'album ruotano intorno alla tastiera manovrata da Nicola Dal Bo (modello A-100 per la precisione), il quale sviluppa spesso melodie sornione, come nel caso di "G-Spot Blues," dove fa bella figura il timbro caldo del chitarrista Michele Manzo. Da non dimenticare gli andamenti più frizzanti di brani come "Organology" e quelli più languidi e sognati del classico "Io che amo solo te" di Sergio Endrigo, in un lavoro che presenta passaggi godibili, come "When Lights Are Low," percorsi sconnessi ("Jimmy's Idea") e un'ansa di piano solo, la conclusiva "Suspect," che non guasta. Le idee e il flusso sonoro avanzano in maniera univoca, c'è un buon intreccio di suoni, in particolar modo tra organo e chitarra, la tensione melodica rimane viva e in evidenza per l'intera tracklist, per un album onesto, dove non si rintraccio né momenti di assoluta originalità né evidenti cadute di stile.